Olindo e Sofronia
Language:
Italian
TASSO:
Poiche il crudo Aladin vide occultarse
l'imagine che Ismeno adoprar pensa,
contro i fedeli infellonissi, ed arse
d'ira e di rabbia immoderata immensa.
Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,
(segua che pote), e sfogar l'alma accensa.
E premendo nel cor furori ardenti
Proruppe al fin la lingua un questi accenti
RE:
"Morra , morra, non andrà l'ira a vòto,
ne la strage comune il ladro ignoto.
Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pèra
e l'innocente; ma qual giusto io dico?
è colpevol ciascun, né in loro schiera
uom fu giamai del nostro nome amico.
S'anima v'è nel novo error sincera,
basti a novella pena un fallo antico.
Su su, fedeli miei, su via prendete
le fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete"
TASSO:
Così parla a le turbe, e se n'intese
la fama tra' fedeli immantinente,
ch'attoniti restàr, sì gli sorprese
il terror de la morte omai presente;
e non è chi la fuga o le difese,
lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.
Ma le timide genti e irrisolute
donde meno speraro ebber salute.
Vergine era fra lor di già matura
verginità, d'alti pensieri e regi,
d'alta beltà; ma sua beltà non cura,
o tanto sol quant'onestà se 'n fregi.
È il suo pregio maggior che tra le mura
d'angusta casa asconde i suoi gran pregi,
E pur' Amor, quantumque elle si cela
A bel Garzon la sua beltà rivela.
Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
d'una cittate entrambi e d'una fede.
Ei ché modesto è si com'essa è bella,
brama assai, poco spera, e nulla chiede;
né sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
o lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede
Cosi fin ora il misero ha servito
o non visto, o mal noto, o mal gradito.
S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta
miserabile strage al popol loro.
Alei, che generosa è quanto onesta,
viene in pensier come salvar costoro.
Move fortezza il gran pensier, l'arresta
poi la vergogna e 'l verginal decoro;
vince fortezza, anzi s'accorda e face
sé vergognosa e la vergogna audace.
Mirata da ciascun passa, e non mira
l'altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
Né, perché irato il veggia, il pié ritira,
ma il fero aspetto intrepida sostiene.
SOFRONIA:
"Io vengo alto Signore, e intanto l'ira
prego sospenda s'l tuo popolo affrene:
vengo a scoprirti, e vengo a darti preso
quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso."
RE:
"Narra, Donzella il tutto; ecco, io commento
che non s'offenda il popol tuo christiano."
SOFRONIA:
"Il reo pur hor si trova al tuo cospetto:
oprà è il furto, signor, di questa mano;
io l'imagine tolsi, io son colei
che tu richerchi, e me punir tu déi."
RE:
"I vuo' che tu mi scopra
chi diè consiglio, e chi fu insieme a l'opra."
SOFRONIA:
"Il fare ancor minima parte altrui
De la sua gloria à nobil cor non lice:
Sol di me stessa io consapevol fui,
sol consigliera, e sola essecutrice."
RE:
"Dunque in te sola, e sopra i furti tui
caderà l'ira mia vendicatrice."
SOFRONIA:
"Ben'e ragione, esser a me convenie,
se fui sola a l'onor, sola a le pene."
RE:
"Hor mi palesa, Ov'hai l'imago ascosa?."
SOFRONIA:
"Non la nascosi, io l'arsi,
e l'arderla stimai laudabil cosa;
così almen non potrà più violarsi
per man di miscredenti ingiuriosa.
Signore, o chide il furto, o'l ladro chiedi:
quel no'l vedrai in eterno, e questo il vedi.
Benché né furto è il mio, né ladra i' sono:
giust'è ritòr ciò ch'a gran torto è tolto."
TASSO:
Or, quest'udendo, in minaccievol suono
freme il tiranno, e 'l fren de l'ira è sciolto.
Non speri più di ritrovar perdono
cor pudico, alta mente e nobil volto;
e 'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo
di sua vaga bellezza a lei fa scudo.
Presa è la bella donna, e 'ncrudelito
il re la danna entr'un incendio a morte.
Già 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
stringon le molli braccia aspre ritorte.
Ella si tace, e in lei non sbigottito,
ma pur commosso alquanto è il petto forte;
e smarrisce il bel volto in un colore
che non è pallidezza, ma candore.
Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
già'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.
Dubbia era la persona e certo il fatto;
venia, che fosse la sua donna in forse.
Come la bella prigioniera in atto
non pur di rea, ma di dannata ei scorse,
come i ministri al duro ufficio intenti
vide, precipitoso urtò le genti.
OLINDO:
Non è, non è Signo costei già rea
di questo furto, e per follia s'en venta.
Non pensòn non ardì, né far potea
donna sola inesperta opra cotanta.
Come ingannè i custodi? e de la Dea
con qual arti involò l'imagin santa?
Se 'l fece, il narri. lo l'ho, signor, furata."
CHORO: A TRE:
Ahi! tanto amè la non amante amata.
OLINDO:
"Il reo son'io, Io là, donde riceve
l'altra vostra meschita e l'aura e'l die,
di notte asceci, e trapassai per breve
fóro tentando inaccessibil vie.
A me l'onor, la morte a me si deve:
non usurpi costei le pene mie.
Mie son quelle catene, e per me questa
fiamma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."
SOFRONIA:
"A che ne vieni, o misero innocente?
qual consiglio o furor ti guida o tira?
Non son io dunque senza te possente
a sostener ciò che d'un uom può l'ira?
Ho petto anch'io, ch'ad una morte crede
di bastar solo, e compagnia non chiede
RE:
"Credasi dunque ad ambo, e qulla e questi
vinca, e la palma sia qual si conviene.
Puniscansi, o sergenti, ogn'uno appresti
contre chi tanto erro fiamme, e catene.
Siano ambo stretti al palo stesso; e vòlto
è il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto."
TASSO:
Composto è lor d'intorno il rogo omai,
e già le fiamme il mantice v'incita,
quand'il fanciullo in dolorosi lai
proruppe, e disse a lei ch'è seco unita:
OLINDO:
"Quest'è dunque quel laccio ond'io sperai
teco accoppiarmi in compagnia di vita?
questo è quel foco ch'io credea ch'i cori
ne dovesse infiammar d'eguali ardori?
Altre fiamme, altri nodi Amor promise,
altri ce n'apparecchia iniqua sorte.
Troppo, ahi! ben troppo, ella già noi divise,
ma duramente or ne congiunge in morte.
Piacemi almen, poich'in sì strane guise
morir pur déi, del rogo esser consorte,
se del letto non fui; duolmi il tuo fato,
il mio non già, poich'lo ti moro a lato.
Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
oh fortunati miei dolci martìri!
s'impetrarò che, giunto seno a seno,
l'anima mia ne la tua bocca io spiri;
e venendo tu meco a un tempo meno,
in me fuor mandi gli ultimi sospiri."
SOFRONIA:
"Amico, altri pensieri, altri lamenti,
per più alta cagione il tempo chide.
Ché non pensi a tue colpe? e non rammenti
qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
e lieto aspira a la superna sede.
Mira 'l ciel com'è bello, e mira il sole
ch'à sé par che n'inviti e ne console."
TASSO:
Qui il vulgo de' pagani il pianto estolle:
piange il fedel, ma in voci assai più basse.
Un non so che d'inusitato e molle
par che nel duro petto al re trapasse.
Ei presentillo, e si sdègnò; né volle
piegarsi, e gli ochhi torse, e si ritrasse.
CHORO: A TRE:
Tu sola il duol comun non accompagni,
Sofronia, e pianta da ciascun, non piagni
TASSO:
Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
ché tal parea d'alta sembianza e degna;
e mostra, d'arme e d'abito straniero,
che di lontan peregrinando vegna.
La tigre, che su l'elmo ha per cimiero,
tutti gli occhi a sé trae, famosa insegna,
insegna usata da Clorinda in guerra;
onde la credon lei, né 'l creder erra.
Chi sian questi, ella chiese, onde risposto
breve ma pieno à le dimande sue.
Stupissi udendo, e imaginé ben tosto
ch'egualmente innocente eran que' due.
Già di vietar lor morte ha in sé proposto,
quanto potranno 1 preghi o l'armi sue.
Pronta accorre a la figrnma, e fa ritrarla,
che già s'appressa, ed a i ministri parla:
CLORINDA:
"Alcun non sia ch'n questo duro
ufficio oltra seguire abbia baldanza,
sin ch'io non parli al re :ben v'assecuro
ch'ei non v'accuserà de la tardanza."
TASSO:
Ubidiro i sergenti, e mossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso il re si mosse, e lui tra via
ella trovè che 'ncontra lei venia.
CLORINDA:
"Io son Clorinda: haurai forse intesa
talor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
per ritrovarmi teco a la difesa
de la fede comune e del tuo regno.
Son pronta, imponi pure, ad ogni impresa :
l'alte non temo, e l'umili non sdegno;
voglimi in campo aperto, o pur tra'l chiuso
de le mura impiegar, nulla ricuso."
RE:
Qual si riposta parle, o sì disgiunta
terra è da l'Asia, o dal camin del sole,
vergine gloriosa, ove non giunta
sia ala tua fama, e l'onor tuo non vóle?
Or che s'è la tua spada a me congiunta,
d'ogni timor m'affidi e mi console:
non, s'essercito grande unito insieme
fosse in mio scampo, avrei più certa speme.
Già già mi par ch' a giunger qui Goffredo
oltra il dover indugi; or tu dimandi
ch'impieghi io te . sol di te degne credo
l'imprese malagevoli.e le grandi.
Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo
lo scettro, e legge sia quel che comandi."
CLORINDA:
"Nova cosa parer dovrà per certo
che preceda a i servigi il guiderdone;
ma tua bontà m'affida : i' vuo' ch'in merto
del futuro servir que' rei mi done.
In don gli chieggio; e pur,-se 'l fallo è incerto,
gli danna inclementissima ragione;
ma taccio questo, e taccio i segni espressi
onde argomento l'innocenza in essi.
Al superior Macon recar mi giova
il miracol de l'opra, ed ei la fece
per dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova
religion contaminar non lece.
Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,
egli a cui le malie son d'arme in vece;
trattiamo il ferro pur noi cavalieri -.
quest'arte è nostra, e 'n questa sol si speri."
RE:
"Abbian vita, coloro e libertade,
e nulla a tanto intercessor si neghi.
Siasi questa o giustizia over perdono,
innocenti gli assolvo, e rei gli dono."
TASSO:
Così furon disciolti.
Aventuroso ben veramente fu d'Olindo il fato,
CHORO:
Aventuroso ben veramente fu d'Olindo il fato,
ch'atto poté mostrar che 'n generoso
petto al fine ha d'amore amor destato.
Va dal rogo a le nozze; ed è già sposo
fatto di reo, non pur d'amante amato.
Volse con lei rnorire: ella non schiva,
poi che seco non muor, che seco viva.
Input by Auditorium du Louvre
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